Purtroppo nell'immaginario collettivo alcuni "bollini" vengono considerati validi per l'aspetto cruelty-free anche se nella realtà poi non lo sono, uno dei più gettonati in questo senso è sicuramente il coniglietto PETA di cui parliamo oggi.
Su queste pagine si è ripetuto spesso, anzi diciamo pure troppo, che lo
Standard del non testato riconosciuto a livello internazionale richiede espressamente una
Fixed Cut-Off Date aziendale che naturalmente deve essere rispettatta da tutti i fornitori di materie prime. Va poi da sè che anche l'assenza di sperimentazione animale sul prodotto finito faccia parte del "pacchetto".
Il logo di riferimento è il seguente Leaping Bunny da non confondere con altri in circolazione:
In Italia è la LAV che rappresenta ufficialmente lo Standard internazionale e trovate le linee guida
qui, la procedura per aderire invece è visionabile nel dettaglio
qui.
Ma spostiamoci subito sul sito di riferimento
statunitense per fare il confronto odierno. Questo è in sintesi il passaggio cruciale del disciplinare visionabile integralmente
qui:
1. The Company does not and shall not conduct, Commission, or be a party to Animal Testing of any Cosmetic and/or Household Products including, without limitation, formulations and Ingredients of such products.
2.
The Company does not and shall not purchase any Ingredient,
formulation, or product from any Third Party Manufacturer or Supplier
that conducted, Commissioned, or had been party to Animal Testing on
said Ingredient, formulation, or product after the Company’s Fixed Cut-off Date.
If a formulation, Ingredient, or product is found not to comply with
the Standard, the Company will replace it with an alternative that
complies with the Standard’s criteria or remove it from the product
range.
Ora, il punto fondamentale che a volte sfugge, è proprio che
lo Standard PETA
non prevede alcuna Fixed Cut-off Date aziendale rendendo inutile la certificazione, in sostanza senza questa famosa "data fissata" i produttori possono usare nuovi
ingredienti di sintesi senza limiti e, così facendo, incentivare ancora la vivisezione.
Ovviamente non è scontato che le aziende inseriscano nuove sostanze nelle proprie formulazoni, ma senza avere garanzie precise per il consumatore è piuttosto difficile saperlo.
Vediamo a confronto l'essenza del disciplinare PETA che potete leggere integralmente
qui (il file pdf può richiedere qualche secondo ad aprirsi), oppure trovate i dettagli anche tra le FAQ
qui:
All companies that are included on PETA's cruelty-free list have
signed PETA's statement of assurance or provided a statement verifying
that neither they nor their ingredient suppliers conduct or
commission any animal tests on ingredients, formulations, or finished
products.
Notate il requisito mancante? In pratica garantisce solo che l'azienda e i propri fornitori di materie prime non effettuino/commissionino sperimentazione animale, sia per il prodotto finito che per i singoli ingredienti, e ci si dimentica che questo è quello che avviene di norma in quasi tutti i paesi (la Cina è ancora un'eccezione) e niente di più. Gli ingredienti di sintesi richiedono valutazioni di "sicurezza" a monte, da chi vuole immetterli sul mercato per primo, e non dal produttore finale.
Con quel criterio praticamente quasi tutte le aziende cosmetiche potrebbero essere approvate PETA, e infatti in lista troviamo marchi come Aveda (ne parlavo
qui) e perfino Revlon che è
boicottato altrove (altri dettagli
qui) e mai ha aderito allo Standard internazionale.
Va anche detto che per il momento il divieto di sperimentare su animali il prodotto
finito è in vigore solo in Europa, quindi tale clausola può anche avere un
minimo di valore per certe produzioni estere, ma questo di certo non basta per
definirsi cruelty-free.
Morale della favola, salvo ci sia anche il Leaping Bunny (svariate aziende li hanno entrambi), quando vediamo unicamente il coniglietto PETA non abbiamo alcuna certezza che i cosmetici in questione siano realmente in regola:
Sinceramente continuo a chiedermi come si possa proporre come cruelty-free un'azienda che non ha preso
una posizione ben precisa, e ogni tanto passo a controllare eventuali news nella speranza di vedere aggiornato il disciplinare...ancora niente di nuovo su quel fronte.
Per dovere di cronaca avviso che
PETA UK, invece, promuove le aziende approvate
BUAV, cioè proprio quelle aderenti allo Standard internazionale, e anche questa differenza di approccio mi risulta incomprensibile.
Ricapitolando, le aziende statunitensi e canadesi da tenere in considerazione sono quelle elencate alla voce "shopping guide" sul sito
CCIC:
Inoltre sul sito è possibile scaricare la stessa lista in formato
pdf, e c'è anche la guida globale del 2012 sempre in formato
pdf, quest'ultima però in data odierna non era perfettamente aggiornata e alcune aziende italiane mancavano all'appello, ma insomma...per le "nostre" non abbiamo certo carenza di informazioni!
Per le eventuali "parent companies" vi rimando direttamente alle note
qui così non apro un'altra parentesi. In conclusione,
occhio ai dettagli e diffidare sempre delle imitazioni!